Di monti e di valli fra Marche e Romagna

In questo periodo c’è un momento speciale. Capitano spesso uno o due giorni di pausa assoluta fra le circolazioni legate all’anticiclone delle Azzorre e quello Sahariano. Era ieri (e anche oggi), ed è il momento migliore per atterrare sui prati sommitali dei monti circostanti solitamente battute dai rotori dei venti generati dalle loro pareti. Sto parlando dell’Appennino centrale, quello che si sviluppa fra il Casentino a Nord e i Sibillini a Sud. A un’ora di volo abbiamo quattro cime bellissime dalle quali lo sguardo può vagare a 360°, dal Conero fino al Cimone, con l’Adriatico che sembra il giardino di casa. Dunque cosa aspetto? Si vola!

L’obiettivo che mi sono prefissato è il Monte Carpegna, il più vicino al mare, le prime piste da sci poste a 1415 mslm, frequentate dai riminesi e sammarinesi, 40 minuti circa dal mio campo che si trova a 83 mslm, una bella salita per i miei 25 hp (conditi con 93 kg di ciccia mista).

Eccolo lassù il mio obiettivo

Pianificazione minimale: decollo e punto dritto il monte in questione (in questo periodo di sfalcio intenso, non ci sono problemi a trovare 50 metri per eventuali emergenze fra le colline), mentalmente divido la rotta in tre parti, due minuti a 8.000 giri e faccio i primi 500 metri di quota, poi via a 6.000 di crociera per circa 15 minuti, quindi altri 500 metri e siamo a 1000 metri, altri 15 minuti di crociera riposante, infine l’ultimo sforzo lo faccio compiendo due 360° completi (col caldo che fa e la quota i miei 25 cavalli diventano 20 somarelli…) per raggiungere i 1500 metri e avere altri 10 minuti per permettere un po’ di riposo al destriero. Ora posso sorvolare comodamente la vetta eseguendo anche i passaggi bassi per controllare lo stato del fondo erboso. Intanto “sfrecciano” i castelli sotto di me, paesini fortificati sui cocuzzoli e rocche poste sul fondovalle che, curiosamente, prendo nomi tipo Montecerignone, boh!

Intanto il primo paese fortificato: Auditore
Montecerignone… nel fondovalle!

Alla mia destra spunta San Marino

Sempre più vicino…

Ma è ora di atterrare, vietato distrarsi, occorre identificare l’area giusta, in salita e senza troppe ondulazioni. Durante l’avvicinamento ho notato che filavo a 75 km/h, segno che quassù ci sono almeno 15 km di Est (laminari per fortuna) che mi spingono esattamente nella direzione di atterraggio. Noto un paletto con fiocco sul bordo del campo che conferma la mia valutazione, sorvolo in discesa la partenza della seggiovia per portarmi direttamente in corto finale con la quota giusta, via motore per perdere gli ultimi metri poi tutto motore appena prima di toccare e salire lungo l’erto pendio. In 20 metri sarei fermo, ma continuo a pieno gas fino a raggiungere un pianetto che mi permette di stabilizzare il nanotrike, sgranchirmi le gambe, fare le foto di rito senza il rischio di ritrovare il destriero a fondo valle.

Riposo per il fido destriero

Che spettacolo da quassù, verso Sud tutta la catena degli Appennini fino al Vettore, a Est San Marino che sembra specchiarsi sul mare Adriatico. Poco più in alto, praticamente dalla vetta, due escursionisti mi guardano stupiti, chissà cosa avranno pensato!

Che spettacolo da quassù

Il Monte Carpegna regala lo stesso nome anche alla bella cittadina posta alle sue falde e anche all’antica casata insediatasi qui nel periodo dei feudi imperiali (XII Secolo), che ne ha retto le sorti fino al 1819 e presente ancora oggi come Principi di Carpegna Gabrielli Falconieri, dai quali discendono tutti i signori del Rinascimento di queste zone. Tanta storia!

Intanto però si sono fatte le 10.00, ci sono 25 °C e fra poco si comincia ballare più in basso, quindi è meglio che mi sbrighi. Dieci metri in discesa e sono in volo, virata per salutare gli escursionisti che si sbracciano là sotto e scollino la vetta. Il versante Nord è molto diverso, precipita ripido, aspro e boscoso sulla Valmarecchia che a Ovest è chiusa dal Monte Fumaiolo, dove trova le sorgenti il Tevere. Tengo il monte alla mia sinistra, ammiro le formazioni del Sasso Simone, due enormi blocchi di roccia calcarea nati nel Tirreno e traslati fin qui insieme agli speroni che caratterizzano San Marino.

Sasso Simone e Simoncello

Sopra il più grande (l’altro è il Simoncello) Cosimo I de Medici edificò una città-fortezza a protezione dei confini, la Città del Sole, ma la rigidità climatica dei 1200 metri di quel tempo, ne causarono un rapido abbandono.

Lato Nord del Monte Carpegna, il lato destro della Valmarecchia.

E mentre mi crogiolo in questi pensieri raggiungo Pennabilli (RN) la mia cittadina di origine. Scendo a salutare mio suocero, che appena sente il rombo si precipita fuori (ormai l’ho abituato ai miei passaggi) e comincio a scendere la valle in direzione San Marino. Intanto le bolle di calore cominciano a staccarsi dal terreno umido e mi scuotono su e giù come una foglia.

Ed ecco Pennabilli adagiato fra i due scogli di Penna e Billi, ovviamente!

 

Monte Aquilone, divide il riminese dal cesenate

Sul letto del fiume trovo una piccola ascendenza che sfrutto per riportarmi sui 700 metri, così posso proseguire senza dovermi arrampicare per scollinare il crinale che separa le due valli. Sballonzolando un po’ raggiungo lo sperone sormontato da ciò che rimane del vecchio castello di Majolo. Fino al 1700 era un bel promontorio che dominava la valle, ma un’enorme frana di quei tempi ne ha portato via la metà, seppellendo anche il paese sottostante con tutti i suoi abitanti, una triste storia di questi luoghi.

Majolo e le sue rovine

Due giri intorno a ciò che rimane e via verso San Leo che si trova proprio di fronte in direzione mare. Che spettacolo, il vecchio paese appare appoggiato sopra un alto pianoro roccioso che si erge sulla destra del fiume, sormontato da un secondo livello di roccia che ospita il Forte, un maniero perfettamente conservato che ha fatto la storia di questi luoghi.

San Leo di qua

 

San Leo di là

Pensate che è stato espugnato una sola volta dal Duca di Urbino, Federico da Montefeltro che, furbo come una volpe, per strapparlo alla dominazione dei Malatesta di Rimini, invece di assediarlo dalle porte, lo attaccò facendo scalare la parete verticale con le corde e di notte. Un’impresa di stile alpinistico d’atri tempi! Ci doveva tenere molto, il Duca, a questa impresa: il suo nobile casato prendeva il nome proprio da questo sperone roccioso che, all’epoca, si chiamava Monte Feltro (Mons Feretri) appunto, da cui un suo avo si mosse a conquistare le vicine terre di Urbino e tutta la Massa Trabaria fino a Gubbio.

San Leo da tout le part!

Adesso però si balla davvero parecchio, è ora di fare ritorno alla base, quindi prua a Sud e via andare. L’ultimo maniero che incontro è quello di Tavoleto, perso fra le prime colline, con i suoi merli abbattuti a cannonate e ricostruiti almeno cinque volte a causa delle scaramucce continue per il dominio di queste terre dal Medio Evo fino alla Seconda Guerra Mondiale.

E alla fine Tavoleto con il suo castellare ricostruito.

E sono di nuovo al mio campo, sono le 11.15 e ci sono 34 °C. Due ore e quindici totali con 95 minuti di volo al freschetto, sei litri di miscela. In questo momento ho sempre un misto di euforia per il bel volo e di tristezza quando spingo dentro l’hangar il mio piccolo compagno di viaggio.

Ma giro lo sguardo e intravedo il Monte Catria con i suoi quasi 1.800 metri, guardo il mio Strike che mi fa l’occhiolino, ci siamo capiti “al volo” e un sorriso mi colora il volto.

Ps: questa foto non è mia, ringrazio l’autore Pesaro Trekking.

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