Il tarlo del volo
Ho il tarlo del volo. L’ho sempre avuto e non so perché.
Ho da sempre un sogno ricorrente: bambino, corro giù per una collina, allargo le braccia e mi sollevo in volo radente con l’erba alta che mi sfiora, poi muovo le mani e comincio a salire e volteggiando nel cielo. Da piccolo correvo fuori di casa ogni volta che sentivo il “tuono” degli F-104 che dalla base aerea di Rimini-Miramare risalivano la vallata a bassa quota. Intanto leggevo i fumetti RAF e Super Eroica con i duelli della battaglia d’Inghilterra…
Poi nell’estate dei vent’anni è successo qualcosa di importante. Gironzolavo con la mia ragazza e la Fiat “Nuova 500” di mio padre e mentre gironzolavamo a perdere tempo da nessun luogo a nessuna parte, a un incrocio noto un cartello stradale di legno scritto a mano che indicava qualcosa di strano: “Aeroporto Ali-Agata, vola bas e va pianein”. E mentre lo leggevo, la 500 girava già in quella direzione. L’aeroporto Ali-Agata era un prato con un grande capanno di legno posti dietro un poco rassicurante cimitero. E mentre ero lì osservante, spunta un signore che mi fa: “Mi aiuti ad aprire il portone che pesa e non ho fatto ancora i cardini?” Come no, apriamo di peso il portone e appaiono tre Weedhopper, due biposto e un monoposto (ma questo l’ho scoperto molto dopo). Lì per lì sembravano dei cosi (forse) volanti costruiti da un idraulico pazzo, un incredibile intreccio di tubi dell’acqua con della tela colorata qua e là e una specie di motosega provvista di elica piazzata sul davanti. Il bello era che il signore in questione sosteneva che quei cosi volassero davvero e, in cambio della cortesia, si offrì di portarmi a fare un giro. Ora, io non avevo mai visto prima quel signore, non avevo mai visto prima quei cosi (forse) volanti e non sapevo alcunché sull’esistenza di aerei ultraleggeri. Un minuto dopo eravamo in volo con un sorriso ebete da un orecchio all’altro.

Da quella volta ho volato ogni volta che ne ho avuta l’occasione e con qualsiasi cosa si staccasse da terra, con il sogno che un giorno avrei imparato a pilotare io stesso, ma essendo un’attività “diversamente economica”, ho dovuto aspettare un bel po’. Intanto facevo in modo di capitare casualmente nei campi volo, che nel frattempo erano sorti qua e là, sperando che mi invitassero a fare un volo in deltaplano a motore.
E’ così che appena ho visto la fine del tunnel (Università, matrimonio, mutuo casa…), mi sono iscritto alla Scuola di volo di Gubbio. Che figata! Aimaro (Malingri), l’istruttore, discendente di una famiglia di navigatori del cielo e del mare, era un personaggio pazzesco (pace all’anima sua), con lui dietro mi sentivo sicuro di poter imparare alla velocità della luce. E intanto mi preoccupavo di ricercare il mio deltamotore personale, così che alla fine del corso, ottenuta la “patente per volare”, potessi scorrazzare da solo per il cielo. Un paio di mesi dopo ero già in possesso di un minuscolo deltaplano monoposto e non vedevo l’ora di poterlo provare, ma avevo appena fatto il primo volo da solista e mancavano ancora diverse ore di corso per poter accedere all’esame finale…

Un giorno, dopo la consueta lezione di volo, Aimaro mi guarda e dice: “Va bene, adesso puoi provare il tuo trabiccolo, tiralo fuori che lo provo io e se è tutto a posto potrai andare in volo”. Ovviamente non me lo aspettavo, tutto elettrizzato spingo fuori il mio piccolo deltamotore dall’hangar, faccio tutti i controlli prevolo come insegnatomi durante il corso, lui prende posto sul seggiolino e urla la frase magica che precede ogni messa in moto: “Via dall’elicaaaaaaa”, e vola via nel cielo di Gubbio. Dopo una ventina di minuti eccolo di nuovo, atterra, si toglie il casco e comincia a elencarmi tutte le differenze di pilotaggio rispetto al grosso biposto con il quale ero abituato a volare, poi le cose a cui avrei dovuto fare attenzione, il comportamento in decollo e infine sentenzia: “E’ tutto tuo, non allontanarti troppo”.
Ma vi rendete conto che emozione? Con i brividi addosso mi siedo, allaccio le cinture, casco in testa, occhiata intorno per verificare che non vi fosse qualcuno da affettare con l’elica e poi anche io finalmente lancio l’urlo: “Via dall’elicaaaaaaa!”
Decollo molto più rapido di quello a cui ero abituato, salita, virata, riduco il gas per livellare la quota, che spettacolo! E’ molto più “docile” del grosso velivolo scuola, mi dirigo verso la periferia di Gubbio dove si può ammirare l’anfiteatro romano e poi su verso il santuario soprastante e poi giù a cercare la pista degli aeromodelli, Madonna che figata pazzesca, mi sento davvero baciato dalla fortuna!

Dopo un po’ sorvolo una specie di piccolo stadio e mi accorgo che è in corso una partita di rugby, uno sport che mi ha sempre incuriosito molto, così mi metto a circuitare lì sopra cercando di capire come si svolge il gioco, seguo un po’ di azioni con le “baruffe” tipiche di questo sport e poi, dopo un tot, tutto soddisfatto del mio primo volo, penso che sia ora di rientrare, non vorrei che l’istruttore si iniziasse a preoccupare. Virata a destra, scorgo gli hangar del campo volo laggiù in fondo e punto dritto mantenendomi livellato a circa 150 metri di quota. Manca poco, valuto circa 1000 metri, devo entrare in circuito di atterraggio approcciando la pista circa a metà per osservare la direzione del vento indicata dall’apposita manica, ripasso mentalmente le manovre da fare e mentre sono assorto in tutto ciò, sento il motore che inizia a fare sinistri singhiozzi, addrizzo le orecchie allarmato e sento qualcosa tipo “sput, sput, sput”. Silenzio.
Pensieri dei cinque secondi successivi: “Non è possibile, vacca boia che sfiga, il primo volo da solo e già un’emergenza motore, alla pista non ci arrivo, e adesso dove lo metto giù?”. Ripasso mentale velocissimo della manovra di emergenza che mi è stata insegnata durante il corso: cercare il miglior campo compreso in un angolo di visuale di 120° davanti a me. Comincio a planare mentre ne scorgo uno non lavorato, ma un po’ lontano e con una linea telefonica che l’attraversa, no buono. Giro lo sguardo un po’ a destra, c’è un prato decisamente migliore ma un po’ corto, viro in quella direzione e mi rendo conto che sono piuttosto alto ancora, dovrò manovrare per perdere quota rapidamente. Guardo ancora a un po’ destra e vedo un lungo prato di erba, mi spunta un sorriso. Sono atterrato lì con la manovra più delicata che abbia mai fatto in tutti questi anni. L’erba, più alta del previsto, mi fa fermare in pochi metri e mi ritrovo nel silenzio assoluto. Prima di slacciare le cinture e scendere, decido di prendermi un attimo per pensare a cosa è successo, come ho reagito e a valutare se ho eseguito la manovra correttamente. Subito mi sono meravigliato sia del fatto che non ho avuto la minima paura, sia dell’automatismo e la concentrazione con la quale ho iniziato e gestito la procedura di emergenza, segno che il corso aveva dato i suoi buoni risultati.

Due secondi dopo mi sono reso conto di essere un coglione!
Slaccio, mi alzo, giro dietro il deltamotore, guardo il serbatoio: vuoto. Cazzo, ho finito il carburante in volo (segue mezzo calendario di invocazioni di Santi&Beati).
All’epoca avevo un piccolo serbatoio da cinque litri e siccome i controlli pre-volo li avevo effettuati precedentemente al volo di prova del mio istruttore, non ho pensato poi di controllare quanto carburante fosse rimasto prima di decollare a mia volta. Però la lezione è servita: da quella volta uso un serbatoio che mi garantisce tre ore di autonomia e quando decollo è sempre pieno.

Ragazzi, volare è una figata pazzesca, dovete provare, però ha anche due problemi: crea dipendenza come la coca e quando cammini inciampi ovunque perché guardi sempre per aria a ogni piccolo rumore.
