Lo zolfo di Urbino

Sono storie ormai lontane e dimenticate, ma Urbino non è sempre stata solamente una città universitaria, anzi, per moltissimi anni la maggior parte degli abitanti, soprattutto nei dintorni, ha vissuto di tutt’altro: agricoltura in primis, ma anche fornaci per laterizi, filanda e… miniere.
Oggi sembra incredibile, ma in tempi diversi fra il 1878 e il 1901, l’estrazione dello zolfo locale ha fatto concorrenza a quello siciliano, arrivando ad occupare poco meno di 800 minatori. Lavoro e miseria insieme, in quegli anni le tecniche di estrazione erano arretrate e le condizioni di lavoro  inumane, tali che si registrarono numerosi incidenti con ben 59 morti e 90 feriti nei 44 anni in cui le miniere furono attive, un numero sette volte maggiore rispetto alle miniere di Perticara e Cabernardi, già molto più all’avanguardia nelle tecniche di estrazione e attrezzature disponibili.
Purtroppo è rimasto molto poco di tutto ciò, ma vale senz’altro la pena di osservare questi luoghi dall’alto, cercare indizi, immaginare le storie di questi nostri avi che a 10-13 anni cominciavano a scendere nei pozzi e qualche volta erano pagati solamente con buoni alimentari da spendere nello spaccio aziendale.

Per non dimenticarci da dove veniamo.

Ho parlato di miniere al plurale, infatti, come si vede dalla mappa sopra, diversi sono stati i siti di estrazione dello zolfo nell’area a Nord di Urbino. La prima tappa del sorvolo è sulla frazione di Schieti. Davvero in pochi ormai ricordano che qui c’è stata una piccola miniera posta a Sud, sul crinale dell’omonimo fosso, a monte dell’ingresso della vecchia galleria ferroviaria (notare il vecchio ponte ferroviario che scompare nella collina).

L’estrazione del minerale si è protratta dal 1876 (26 minatori, che arrivarono a 80 nel 1878) al 1881. L’estrazione avveniva da un pozzo mediante verricello a mano (burbera), così come l’eduzione delle acque. Faccio un paio di sorvoli a 360 gradi, mi abbasso di quota, ma non riesco a riconoscere alcun segno.

Proseguo fino al fosso di Cavallino, nell’area nota come “Colbruinello”, oggi Ca’ Brunello, fra Castelcavallino e Schieti. Anche qui non si riconosce più niente, ma sul fianco destro del fosso si notano ancora gli affioramenti giallastri nella zona della vecchia miniera.

L’estrazione qui si perde nella notte dei tempi, ma nel 1870 fu riaperta una discenderia coadiuvata nel 1892 da un pozzo profondo 144 metri dotato di una macchina a vapore usata sia per l’estrazione del materiale che per l’accesso dei minatori. Nell’area esterna vennero costruite le opere accessorie, binari, forni, calcaroni per la trasformazione del minerale. Esauriti i due livelli di coltivazione (il terzo si rivelò sterile) su diverse gallerie collegate fra loro, nel 1906 la miniera fu chiusa definitivamente e i 130 minatori (tutti provenienti da Cavallino e Urbino) licenziati.

Sul lato sinistro del fosso, ancora oggi la denominazione “Ca’ Brunello” è mantenuta per questa bella Country House, poco lontano da dove sorgeva il vecchio pozzo.

Quasi di fronte guardando verso Nord-Ovest, si nota subito quella che oggi è un bellissimo complesso turistico denominato “Corte della Miniera” con il suo pozzo dal castello in cemento armato. E’ la traccia meglio conservata della miniera più grande della zona, quella di San Lorenzo in Zolfinelli (Solfinelli). Ma in realtà il pozzo “Donegani”, o pozzo Nuovo, è solo l’ultima delle strutture erette di una realtà piuttosto complessa ed estesa.

Papa Benedetto XV concesse al Principe Orazio Albani “la facoltà di scavare zolfo” nel 1743 per un canone annuo di 30 scudi. Estinta la linea diretta, la proprietà passò ai Castelbarco-Albani che nel 1884 costituirono la Società Anonima Miniere Solfuree Albani, poi Società Trezza-Albani (1904).
Il primo pozzo di questa coltivazione fu scavato sulla sinistra del torrente Apsa di San Lorenzo (quello che attraversa l’attuale abitato di Miniera), poco sopra Ca’ Vagnino, noto nel 1878 come Pozzo Villa (110 metri), provvisto di “baritello” (un argano a mano a forma di botte, provvisto di due secchi con i quali, alternativamente, venivano sollevati acqua e materiale).

Questa foto originale della seconda metà dell’800, ritrae il pozzo con argano azionato a mano. La fonte originale sostiene essere il pozzo di Ca’ Brunello, ma è probabile che si riferisca, invece, al primitivo pozzo “Villa”.

In questo periodo la coltivazione del minerale avveniva su soli due livelli e per raggiungere strati più profondi, fra il 1884 e il 1886 fu realizzato un secondo pozzo (346 metri) in località Casinella, più a Ovest e poco più in alto.

Con questo pozzo, denominato “Pozzo Pompucci”, dotato di argano a vapore con castellatura in legno, si arrivò a coltivare fino al quinto livello, 65 metri sotto il livello del mare e, nel 1886, una teleferica di 960 metri collegava il pozzo con gli impianti di trattamento posti alla sinistra dell’Apsa di San Lorenzo, dove vi erano 24 calcaroni per la fusione del minerale (probabilmente in prossimità dell’attuale abitato di Miniera).

L’attuale abitato di Miniera, a lato dell’Apsa di San Lorenzo.

Con l’esaurimento del quinto livello, si rese necessario scavare un altro pozzo distante 1120 metri a Est del Pompucci, il Pozzo Nuovo, ubicato nell’attuale posizione della Corte della Miniera. Questo aveva una sezione di 3,2 metri ed è arrivato ad una profondità di 310 metri e nel 1904, anno di chiusura della miniera, vi lavoravano ben 506 operai, spesso in grave conflitto con le maestranze a causa delle condizioni di lavoro.

La chiusura della “Trezza-Albani” del 1904 rappresentò un durissimo colpo per l’economia e la società locale. Improvvisamente moltissimi minatori furono costretti a emigrare nel nord Europa e in poco tempo a Urbino si verificò “la soppressione di due Istituti bancari (Banca Metaurense e la Cassa di Risparmio), la Congregazione di Carità, la riduzione dei posti letto dell’Ospedale e per le vie della città “pullulavano” mendicanti di ogni età, trai quali una turba di fanciulli” (dal giornale “Dovere” di quegli anni).
La Società Montecatini, già proprietaria delle miniere di Perticara e Cabernardi, rilevò la miniera di San Lorenzo in Zolfinelli nel 1917, e nel 1926 la miniera fu ripresa con larghezza di mezzi. Si ricostruirono gli impianti esterni, si riattarono i pozzi, sul pozzo Nuovo, ridenominato “Pozzo Donegani”, fu costruito il castello in cemento armato che osserviamo oggi, furono estratte le acque (80000 m3 ) allaganti il 5° e il 6° livello, furono riaperte tutte le gallerie del 5° e 6° livello e scavate altre gallerie di ricerca e si cominciò pure l’estrazione del minerale.

All’esterno del pozzo Donegani si allestirono moderni impianti di vagliatura, depositi di esplosivi, uffici,e ben cinque moderne sestiglie e una quadriglia di forni Gill per la fusione del minerale (si tratta di tutte le strutture ancora oggi riconoscibili in foto). Fiorirono anche iniziative di supporto ai minatori, come le Leghe e la “Casa del Minatore” ancora presente in via della Fornace, la strada che da Schieti conduce al piccolo abitato di Miniera.

La palazzina al centro è la “Casa del Minatore”, sulla cui facciata ancora oggi campeggia la frase ““LAVORATORI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI”, lo slogan politico che proviene dal Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels, testo scritto nel 1848, di cui costituisce la celebre frase conclusiva.

I risultati furono però assai poco soddisfacenti, perciò constatato la povertà del minerale e i costi non concorrenziali, nel 1932 fu sospesa definitivamente ogni attività. La Montecatini ha rinunciato definitivamente alla concessione nel 1941.
Non mi rimane che immaginare il duro lavoro in questa stretta valle, le lotte operaie spesso sfociate in arresti, le sciagure nelle buie gallerie e la disperazione di queste genti. In saluto faccio quota verso Sud per immortalare Castelcavallino nel suo quadro di monti e poi la città nella bruma umida della sera, ricordandomi così che il tempo dello zolfo di Urbino è terminato.

NOTA

Ho trovato traccia di altre due zone, nall’area di Gallo di Petriano, interessate, seppur brevemente, da attività estrattiva. Una si trovava presso l’abitato di Gallo sulla provinciale Pesaro-Urbino, alla confluenza dell’Apsa di Urbino con l’Apsa di Palazzo del Piano, l’altra presso l’affioramento di Ricece (oggi Riceci), sul lato sinistro dell’Apsa di Urbino, sopra il paese di Gallo di Petriano. Qui vi si lavorò dal 1880 al 1888 e dal 1897 al 1900 si ebbe qualche ulteriore attività iniziandosi un nuovo pozzo. Poco dopo i lavori furono definitivamente abbandonati. Un’ultima ricerca era stata avviata nella zona di Valzangona, probabilmente fra l’abitato e l’Apsa di Palazzo del Piano, ma senza risultato estrattivo.

(Note storiche tratte da “Le minere di S. Lorenzo in Zolfinelli e di Ca’ Brunello di Urbino”, Augusto Calzini, Aras Edizioni, 2014; “Il bacino del Metauro, Descrizione geologica, risorse minerarie, idrogeologia”, Raimondo Selli, a cura della Cassa di Risparmio di Fano, 1954).

 

 

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