Kiceniuck, Moody e il “primo ultraleggero”

Quale può essere considerato il primo ultraleggero? Difficile a dirsi, velivoli di peso contenuto ne sono sempre esistiti, ma certamente non alla portata di tutti, soprattutto dal punto di vista economico. Così si accetta che gli ultraleggeri, intesi come velivoli popolari (i cosiddetti “recreational aircraft”), siano nati come deltaplani nel momento in cui qualcuno ha pensato di appendere un motore da motosega dietro a un’ala di Rogallo. Ma c’è stato anche chi la pensava diversamente, Taras Kiceniuck Jr. per esempio.

Icarus
Nei primi anni settanta, il giovanissimo Taras volava i sui veleggiatori nel santuario californiano del Torrey Pines Glider Port, ovvero la ventosa zona a picco sull’oceano a Nord di San Diego, in pieno clima “Un mercoledì da leoni”. Nel tentativo di migliorare le prestazioni e la stabilità dell’ala flessibile, ideò e costruì un libratore tutt’ala in configurazione biplano dotato di ali rigide, il cui controllo sul cabra/picchia era dovuto allo spostamento del pilota come sul Rogallo, mentre per virare si dovevano azionare due grandi timoni posizionati dietro le wing tips. Il pilota era ospitato in posizione seduta e semi sdraiata in mezzo all’ala inferiore, pronto a estrarre le gambe per l’atterraggio. Era nato l’Icarus II e, di lì a poco, anche il primo ultraleggero senza la configurazione deltaplano.

Infatti John Moody comprò un kit da Kiceniuck, ma visto che abitava vicino Milwaukee dove l’unica collina era alta trenta metri, lo equipaggiò con un minuscolo motore McCulloch da 10 hp preso in prestito da un kart e cominciò a correre sui prati nel tentativo di decollare. Era il 15 marzo 1975 e l’ultraleggero, l’aereo da puro divertimento da tenere in garage e trasportare dietro un auto era nato, anche se a quel tempo il termine non era ancora stato coniato.

IcarusII

In realtà fra il ’73 e il ’75 anche altri stavano provando ad applicare piccole motorizzazioni a libratori di vario tipo. Ma Moody è comunemente considerato il padre degli ultraleggeri perché, con tutta probabilità, è stato il primo pilota capace di decollare con il solo ausilio delle proprie gambe, senza l’aiuto di una pendenza o del vento, cioè da un terreno pianeggiante.
“Non volevo reinventare l’aeroplano, volevo solo volare per divertimento, così dopo alcune prove su un lago ghiacciato portai il veleggiatore in un aeroporto dove completai un circuito a 300 piedi. Il giorno dopo mi chiamò la FAA per sapere se stavo volando su un aeroplano senza licenza. Gli risposi che si trattava di un veleggiatore con motore”. Quindi era nato anche il primo “ultraleggerista” e la FAA impiegherà sei anni per catalogare la nuova macchina, lavoro che in seguito originerà le FAR 103, la normativa che ancora oggi regola il settore al di sotto dei 115 kg negli USA.
In realtà l’interesse di Moody per il volo era nato intorno alla possibilità di vincere il Kremer Prize di 50.000£, un concorso indetto da un originale industriale inglese e dedicato alla prima persona capace di costruire un velivolo a propulsione umana, in grado di volare “a otto” intorno a due piloni (premio vinto poi dal Gossamer Condor) separati da mezzo miglio.

Il problema era che il nostro all’epoca non aveva mai volato, quindi si decise all’acquisto dell’Icarus II di Kiceniuck e cominciò il suo personale autoapprendimento correndo lungo I pendii del Wisconsin. Il risultato di tanto sforzo lo descrive lui stesso con molta ironia sulla rivista Sport Aviation: “Una collina, che vista a distanza sembrava perfetta, una volta sopra mostrava almeno sei recinti, dieci tori che non vedevano una vacca da sei mesi e sessanta ettari di rovi alla base…” Deve essere per questo motivo, oltre al dover correre con più di 40 kg addosso, che si decise di allestire un semplice carrello che permettesse il decollo autonomo dalla pianura. Anche perché alcuni anziani piloti, come il settantenne Volmer Jensen, avevano già provveduto di loro, attirando le attenzioni della FAA che, fino ad allora, non aveva preso in considerazione sul serio il velivolo di Moody “a carrello umano”.

Moody-Easy-Riser

Il 1976 è anche l’anno in cui comincia l’avventura imprenditoriale di Moody, grazie soprattutto all’eco che ebbe un articolo di Popular Science: dopo molte insistenze, Moody convinse il corrispondente della rivista, E.F. Lindsey, ad assistere alle prestazioni dell’Icarus motorizzato, atterrandogli praticamente in giardino. “Moody lasciò il suo aeroporto una sera dopo il lavoro, volò circa venti miglia fino a un secondo aeroporto dove rifornì e infine apparve sulla mia casa a circa 2.000 piedi, “suonando” come una motosega in orbita e volando con la grazia e la libertà di un’aquila. Poi spense il motore e, volteggiando nel silenzio, atterrò davanti al mio giardino allungando le gambe in una breve corsa”. La popolarità crebbe a tal punto che il giovane ingegnere decise di occuparsi a tempo pieno di produzione e marketing, fondando la Ultralight Flying Machines of Wisconsin, con la quale derivò, insieme a Larry Mauro, il modello poi denominato Easy Riser, con profilo alare migliorato, longheroni più robusti e di più facile montaggio rispetto all’Icarus originale.
Tutto andò bene fino all’inizio degli anni ’80, quando cominciarono ad affacciarsi sul mercato diversi altri modelli più complessi e performanti. Ma i nuovi ultraleggeri avevano un costo compreso fra i 5000 e i 10.000 dollari, un costo all’epoca proibitivo per il “recreational pilot” a cui erano originariamente destinati i primi ultraleggeri (l’Easy Rider era venduto a 1300 dollari). Tale combinazione di fattori, tra i quali anche una maggiore concorrenza da parte di produttori di ben altra dimensione e una serie di cause legali, spinsero Moody ad abbandonare il suo business nel 1984, anche se l’Easy Riser rimase in produzione fino al 2002 come semplice libratore non motorizzato.

Ancora nei primi anni 2000, John Moody si esibiva nei grandi raduni americani con il suo Easy Riser in una performance che prevedeva il decollo con carrello e l’atterraggio con le gambe: durante il volo un assistente a terra provvedeva a sparare con un fucile mentre il pilota “rilasciava” le ruote e altre parti (finte) del velivolo.

Moodi atterra senza

Oggi dopo un grave incidente dal quale, fortunatamente, si è ripreso, Moody si gode i suoi giorni al calduccio della Florida. Una bella storia.

Questo il suo interessante website

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