Tutta colpa di Tarzan

A voi hanno mai chiesto: “Perché voli?”, intendendo come pilota ovviamente. Immagino che a chiunque dedito alla portanza, prima o poi abbiano fatto questa domanda. Non so voi, ma io non so mai cosa rispondere, almeno non in poche parole. Non sono cresciuto in un ambiente aeronautico, non ho fatto studi specifici, i miei amici storici non volano (e neanche ci pensano!), in famiglia non c’è traccia di volo, neanche pindarico.

Allora perché volo? E’ frutto del caso? Ci sono stati degli eventi scatenanti? Insomma, a forza di sentirmelo chiedere, ogni tanto me lo chiedo anche io. E siccome, come sostiene Eric Kandel, uno dei padri delle Neuroscienze, “…noi siamo ciò che siamo per via di quello che apprendiamo e soprattutto grazie a quello che ricordiamo…”, forse occorre guardare a ciò che si è stati per cercare una risposta.

 

Maledetto Tarzan…

Dunque, guardando indietro devo dire che sono stato un’anima un po’ inquieta a cui è sempre piaciuto sperimentare. Ho volato la prima volta a sei anni, da un albero all’altro, per colpa di Johann Weissmuller, detto Johnny, che dopo cinque ori olimpici nel nuoto ha pensato bene di diventare Tarzan nel cinema, iniziando a volare tarzancon le liane e Cita, la simpatica scimmietta. All’epoca, correva l’anno 1970, ero molto fortunato perché abitavo in un piccolo paese senza alcun pericolo per noi bambini. D’estate, anche se piccoli, vivevamo fuori casa da mattina a sera senza l’asfissiante controllo delle mamme. L’altro vantaggio era che non avevamo assolutamente nulla, neanche il classico campetto da calcio onnipresente, tranne un piccolo bosco di grandi querce di fianco a casa e un bel torrente di acqua fresca proprio dietro. Insomma, se volevi divertirti, qualcosa ti dovevi inventare. Ora, poiché passavo l’estate praticamente appolaiato sulle querce come la Piccola Vedetta Lombarda, il trovare una fune in garage proprio nel periodo che davano Tarzan in TV, è stato illuminante. Funzionava così: salivo su un albero e legavo un capo della fune a un grosso ramo, quindi tiravo l’altro capo (a cui avevo legato una pietra) sull’albero vicino, quindi salivo su questo e… avendo fatto ancora solo la prima elementare, il calcolo della lunghezza della fune deficitava un filino, ma io non lo sapevo e mi lanciavo lo stesso. Il guaio è stato che non avevo Cita ma Giancarlo, superiore a me di parecchi chili, che un giorno decise di provarci.

La fune ci fu requisita da sua madre.

In quel periodo cominciai a fare strani sogni, insegnavo a volare ai miei amici. Correvo giù per una collina in fiore e con un salto mi libravo allargando le braccia (giuro che non avevo ancora visto Peter Pan!). Muovendo le mani ero in grado di compiere evoluzioni e la sensazione più bella era sentire l’erba alta che strisciava sotto la pancia nei passaggi bassi. E non capivo perché questi, completamente inetti al volo, rimediavano solo grandi ematomi. All’epoca mi sa che non avevo grande considerazione delle capacità di volo dei miei compagni, oppure “l’esperienza” di Giancarlo mi aveva reso un po’ pessimista. Comunque ho continuato a fare questo sogno, con o senza amici di scarsa portanza, per almeno vent’anni e di tanto in tanto, anche se raramente, torna ancora a trovarmi.

 

Piccoli aviatori crescono

L’estate successiva ho ricevuto la mia prima bicicletta. Una 14 pollici rossa, con il solo freno anteriore, cosa che in un posto senza strade asfaltate, ha avuto le sue nefaste conseguenze. Tra l’altro, di solito, quando si regala una bici a un bambino si tende ad acquistare sempre una misura esageratamente grande, “tanto poi cresce, così va bene per un po’ d’anni”. Io sono stato l’unico a cui hanno regalato una bici già troppo piccola, vai a sapere perché.

Comunque sia andata, con cotanto velocipede era impossibile fare tanta strada senza rischiare la scoliosi infantile. Urgeva trovare un altro metodo di divertimento. Oltretutto In quel periodo facevo coppia fissa con Moreno al quale, al posto di regalargli una bici, suo padre pensò bene di sbarcare il motore al vecchio Solex, dotandolo così di una solexenorme ringhiera con i pedali sui quali doveva calcare sempre in piedi, perché se si sedeva sulla sella ai pedali non ci arrivava. Così entrambi non potevamo certo avere, per problemi opposti, grosse pretese di escursionismo ciclistico. Però casa mia era posta in fondo ad una lunga discesa che terminava sopra un ponticello privo di parapetti, sotto al quale scorreva il torrente di cui sopra che, per fortuna, non soffriva mai di siccità. Inutile dire che quell’estate abbiamo “volato” dal ponte prendendo la rincorsa lungo la discesa.

Le bici ci furono requisite da sua madre.

 

Poi ho cambiato casa. Sono andato ad abitare sotto una collina e facevo coppia fissa con Michele, un po’ più grande di me, uno di quelli che “con un cacciavite in mano fa miracoli”. Il primo inverno che ho passato lì nevicava sempre. Du palle, due mesi sotto la neve, ogni tanto ne faceva un po’, non sapevamo più cosa fare (di studiare ovviamente non se ne parlava proprio), oramai ce n’era così tanta che con un sacco di plastica pieno di paglia si poteva lasciare un’impronta nella neve come fosse una pista di bob. Una pista di bob? La collina c’era, ci mancava il bob. Ma in garage c’era la vecchia FIAT 500 di mio padre, un catorcio arrugginito rimasto lì a imperitura memoria, ma con due bellissimi paraurti cromati perfetti per costruire un bob! In due giorni, con un po’ di tubi dell’acqua, una tavola di fiat_500_n-jpglegno e due paraurti d’auto, il “bob a due” era pronto: due sci posteriori e uno solo anteriore sterzante con i piedi. Una bomba a orologeria!

Con il sacco pieno di paglia tracciammo una pista dritta lungo la collina e non contenti dell’opera, in fondo costruimmo un grande trampolino di lancio ammucchiando tanta neve a forza di pale. Il record della fase di volo l’abbiamo raggiunto una freddissima mattina che aveva ghiacciato tutta la pista: 32 metri dal punto di stacco, un dito rotto (lui) e tre punti di sutura nella fronte (io).

Il bob ci fu requisito da mia madre e segato in due da mio padre (un filino imbestialito per via dei paraurti…).

 

Gli anni difficili

L’adolescenza è una brutta bestia, hai una gran fantasia e vorresti fare un sacco di cose. Ma non sai come, quindi ti documenti sui sacri testi, di solito i grandi classici per le sognatrici ragazze, pratici fumetti per brufolosi smanettoni. Così c’è stato un periodo fra “Lando il camionista” e il più maturo “Play Boy”, in cui la mia innata irrequietezza ha trovato sfogo sulle avventure del Capitano Joe Missuri, comandante di una spericolata squadriglia di Spitfire che volava sulle pagine di “RAF”, Bianconi editore, Milano. Credo abbia abbattuto più Focke Wulf lui da solo fra agosto e raf_i063dicembre 1979 che tutta la Raf nella battaglia di Inghilterra. Però vuoi mettere? Lì ho capito che i piloti hanno fascino da vendere, il rischio, la cavalleria, la divisa sporca, la temerarietà… Chissà perché a quell’età, però, non ho mai pensato di fare il pilota di aereo da caccia. Deve avere qualcosa a che fare con Play Boy.

Lando il camionista mi furono requisiti da mio cugino grande che li ha rivoluti indietro.

 

E venne l’università.

Purtroppo si. Metà anni ottanta, lire in tasca metà di zero. Facevo coppia fissa con Monica e giravo con la 500 di mio padre (un’altra, non quella dei paraurti per il bob). Il vantaggio di muoversi con una 500 è che c’è tempo per fare tutto. Andava talmente piano che potevi osservare tutto ciò che ti circondava con molta calma. Una domenica mentre andavo da nessun luogo a nessuna parte, a un incrocio noto un cartello stradale di legno scritto a mano che indicava qualcosa di strano: “Aeroporto AliAgata, vola bas e va pianein”. E mentre lo leggevo, la 500 girava già in quella direzione. AliAgata era un prato con un grande capanno di legno posti dietro un rassicurante cimitero. Mentre ero lì spunta un signore che mi fa: “Mi aiuti ad aprire il portone che non ci ho fatto ancora i cardini ed è pesante?” Apriamo di peso il portone e appaiono tre Weedhopper, due biposto e un monoposto. Sembravano dei cosi (forse) volanti costruiti da un idraulico pazzo, un incredibile intreccio di tubi dell’acqua con della tela colorata qua e là e una specie di motosega provvista di elica weedhopperpiazzata davanti a pollaio di un tubo più grande. Il bello era che il signore in questione sosteneva che quei cosi volavano davvero e, in cambio della cortesia, si offrì di portarmi a fare un giro. Ora io non avevo mai visto prima quel signore, non avevo mai visto prima quei cosi (forse) volanti e non sapevo alcunché sull’esistenza degli ultraleggeri. Un minuto dopo ero in volo con un sorriso ebete da un orecchio all’altro. E così, dopo i voli con la fune, con la bici, con il bob e pindarici, stavo volando davvero.

Quel “Signore” era Giancarlo Tonini, patron di GT Propellers, e la voglia di volare non mi è mai stata requisita.

P.S. E comunque, adesso che ho scritto tutto sto papiro, ho capito perché volo: ho avuto un’infanzia felice!

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Un pensiero riguardo “Tutta colpa di Tarzan

  • dicembre 19, 2016 in 7:24 am
    Permalink

    Grande Stefano.
    Mi hai fatto venire in mente che probabilmente anche io inconsciamente ho maturato (per tanti anni) il desiderio di volare quano da piccolo facevo tarZan con il salice piangente dietro casa su una scarpata…..con infauste conseguenze !!!!!! Ma lui (il salice) non potevano requisirmelo ?

    Risposta

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